Pubblicato da: futuroxtutti | marzo 8, 2009

Paesi in via di degrado

482ebbff8d22f_zoomSi e’ dibattuto a lungo sul rapporto tra risorse e conflitti politici. L’aumento della popolazione e il parallelo assottigliarsi delle risorse naturali — esacerbato dai mutamenti climatici — si traduce ogni anno in un aumento della possibilita’ di conflitti. Nel momento in cui terra coltivabile e l’acqua scarseggiano, si intensifica la competizione per aggiudicarsi l’accesso a queste risorse vitali, in particolar modo tra ricchi e poveri. Il calo pro capite di queste risorse, connesso al boom demografico, minaccia di spingere la qualita’ della vita di milioni di individui al di sotto della soglia di sopravvivenza, con conseguente creazione di tensioni sociali difficili da gestire.

L’accesso alla terra e’ una fonte primaria di tensione. L’esplosione demgrafica nel mondo ha dimezzato la quota pro capite di terra coltivabile, da 0.23 ettari nel 1950 a 0.10 ettari nel 2007. Un decimo di ettaro equivale a 1000 metri quadrati, ovvero le dimensioni medie del lotto su cui costruire una bella villa unifamiliare con giardino in un quartiere residenziale. La diminuzione costante di terra coltivabile pro capite rende sempre piu’ difficile per le aziende agricole nutrire i 70 milioni di individui che ogni anno si aggiungono alla popolazione mondiale. Cio’ minaccia non solo la qualita’ della vita, ma mette a repentaglio la stessa sopravvivenza di comunita’  basate principalmente su agricoltura di sussistenza. Questo fa aumentare la tensione tra comunita’ nel momento in cui gli appezzamenti di terreno si riducono al di sotto delle dimensioni necessarie per la sopravvivenza.

Il Sahel in Africa, una delle zone del pianeta a piu’ alto tasso di crescita demografica, e’ un’area di forti tensioni sociali. In Sudan, la guerra civile ultraventennale tra nord a prevalenza musulmana e sud a prevalenza cristiana ha prodotto 2 milioni di morti e 4 milioni di profughi. Il piu’ recente conflitto in Darfur, nel Sudan occidentale, iniziato nel 2003, e’ emblematico dell’inasprirsi delle tensioni all’interno delle due prevalenti comunita’ musulmane: i pastori di cammelli e gli agricoltori di sussistenza. Il governo appoggia le milizie arabe, che stanno facendo pulizia etnica, nel tentativo di forzare la popolazione di pelle nera ad abbandonare le proprie terre, costringendola ad ammassarsi nei campi profughi del Chad. Sono state massacrate almeno 200.000 persone nel conflitto, e altre 250.000 sono morte di fame e malattie nei campi profughi.

La vicenda del Darfur e’ sintomatica e fotografa quello che sta avvenendo in tutta l’Africa subsahariana, dalla Somalia al Senegal, divorata lentamente dal deserto, coi pastori costretti a spingersi sempre piu’ a sud e a fare pressione sui proprietari terrieri. La diminuzione delle precipitazioni atmosferiche e lo sfruttamento dei terreni stanno inoltre contribuendo a desertificare il suolo.

Ma prima ancora di queste cause, sono altri i fattori che stanno portando alla creazione di situazioni di tensione sempre piu’ acuta nella regione. La popolazione del Sudan si e’ piu’ che quadruplicata (dai 9 milioni di abitanti del 1950 ai quasi 40 milioni del 2007); nello stesso arco di tempo i capi bovini sono passati da 7 a 40 milioni (6x) e gli ovini da 14 a 113 milioni di capi (8x). Nessuna terra al mondo puo’ sostenere una crescita cosi’ rapida e continua di bestiame.

In Nigeria, dove circa 150 milioni di persone sono compressi in un’area non molto piu’ estesa del Texas, il suolo si sta rapidamente desertificando, mettendo gli uni contro gli altri pastori ed agricoltori. Sfortunatamente, la divisione tra queste due categorie produttive rispecchia spesso anche una diversa appartenenza religiosa tra Cristiani e Musulmani. La competizione per la terra, amplificata da differenze religiose e unita alla presenza di un gran numero di giovani frustrati in possesso di armi, ha creato un clima di violenza che ha portato il governo, nel 2004, a varare leggi speciali.

Il Rwanda e’ ormai diventato un caso sintomatico di come le tensioni politiche possono sfociare in guerra civile e catastrofe sociale. James Gasana, l’allora ministro rwandese dell’agricoltura e dell’ambiente fu tra i primi a sollevare la questione, nel lontano 1990: senza “profonde trasformazioni agricole, il Rwanda all’attuale tasso di crescita demografica non sara’ capace di sfamare adeguatamente la popolazione”. Nel 1950, la popolazione del Rwanda era di 2,4 milioni di persone. Nel 1993, si era triplicata, facendone il paese a piu’ alta densita’ abitativa di tutta l’Africa. Con l’aumento della popolazione, crebbe il fabbisogno di legna da ardere. A partire dal 1991, la domanda era piu’ che doppia rispetto alla quantita’ di legna presente nelle foreste rwandesi. Con la progressiva diminuzione di alberi, si comincio’ ad utilizzare paglia e residui della lavorazione dei cereali come combustibile, col risultato che, sottraendo materia organica al suolo, la fertilita’ della terra diminui’ drasticamente. Il deteriorarsi delle condizioni di salute delle terre coltivabili fu direttamente proporzionali alle condizioni di salute della popolazione che da esse dipendeva. Alla fine, il cibo comincio’ a scarseggiare, subentro’ la disperazione e si attendeva solo la classica goccia che facesse traboccare il vaso. Essa arrivo’ il 6 aprile 1994, con ‘abbattimento dell’aereo su cui viaggiava il presidente rwandese Juvenal Habyarimana. Questo episodio diede il via alle violenze degli Hutu, che sterminarono 800.000 fra Tutsi e Hutu moderati in appena 100 giorni.

Molti altri paesi africani, a vocazione prevalentemente agricola, stanno percorrendo la stessa strada del Rwanda. La Tanzania, che nel 2007 contava 40 milioni di abitanti, nel 2050 ne contera’ 85; la Repubblica Democratica del Congo, passera’ da 63 milioni a 187 milioni nel 2050.

Se usciamo dall’Africa e ci spostiamo in Asia, la situazione non cambia. In India è palpabile la tensione tra Musulmani e Hindu, e mentre le nuove generazioni devono dividere ulteriormente appezzamenti di terra gia’ ridotti, aumenta conseguentemente la pressione sulle risorse. Nel 2050 ci sara’ mezzo milione di persone in piu’ in India: il collasso della popolazione sulle risorse sembra inevitabile. Il rischio e’ che il conflitto sociale del Rwanda possa ripetersi con le dovute proporzioni in India. Il rapporto tra popolazione e sistemi naturali e’ un problema di sicurezza nazionale, che puo’ far scatenare conflitti lungo direttrici geografiche, tribali, etniche o religiose.

Un’altra causa di conflitti politici puo’ derivare da dispute sull’approvvigionamento di acqua fra paesi che condividono sistemi fluviali transnazionali, specialmente nel caso in cui il fabbisogno della popolazione in crescita di questi paesi superi il “punto critico”. Il caso piu’ eclatante e’ quello del Nilo, che attraversa Egitto, Sudan ed Etiopia. Attualmente l’Egitto fa la parte del leone, aggiudicandosi buona parte delle acque del Nilo, ma si stima che la sua popolazione, dagli attuali 75 milioni di abitanti passera’ nel 2050 a 121 milioni, facendo aumentare vertiginosamente il fabbisogno di acqua. Stesso discorso per il Sudan, che passera’ dagli attuali 39 milioni a 73 milioni nel 2050 e per l’Etiopia, che passera’ da 83 milioni a 183 milioni di abitanti nel 2050.

Gia’ attualmente sempre meno acqua del Nilo si riversa nel Mediterraneo, ma se domani Sudan ed Etiopia prelevassero piu’ acqua a monte, l’Egitto avrebbe serie difficolta’ a reperire acqua per altri 46 milioni di persone. Esistono trattati e accordi ufficiali tra i tre paesi, ma l’Etiopia, il paese che piu’ crescera’ demograficamente, controlla l’85% delle seorgenti del fiume, e potra’ legittimamente ambire a sfamare la sua popolazione e quindi a prelevare piu’ acqua.

Nel bacino dell’Aral, nell’Asia centrale, c’e’ un fragile accordo tra 5 paesi sul prelievo di acque da due fiumi, l’Amu Darya e il Syr Daria. Gia’ oggi la domanda di acqua di Kazakhistan, Kyrgyzistan, Tajikistan, Turkmenistan e Uzbekistan eccede del 25% la portata dei corsi d’acqua. Il Turkmenistan, in cui ci sono le sorgenti di uno dei due fiumi, ha dichiarato di voler sviluppare mezzo milione di ettari di colture irrigate. Vedremo come andra’ a finire. Sarah O’Hara, geografa dell’Universita’ di Nottingham che sta studiando i problemi idrici della regione, ha affermato che “siamo soliti parlare di mondo sviluppato e paesi in via di sviluppo, anche se in realta’ dovremmo parlare di paesi in via di degrado”.

Traduzione libera e parziale di questo articolo di Lester R. Brown pubblicato sull’Earth Policy  Institute, a sua volta adattato dal 6° capitolo del libro Plan B 3.0: Mobilizing to Save Civilization (“Piano B 3.0: Mobilitarsi per salvare la civilta’”, New York: W.W. Norton & Company, 2008), disponibile per il download gratuito a questo indirizzo.
E’ possibile la riproduzione anche parziale a patto di citare come fonte l’indirizzo di questo blog.

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