Pubblicato da: futuroxtutti | dicembre 18, 2008

Un bilancio del 2008

tickertape2Dicembre e’ tempo di bilanci, si guarda indietro all’anno che si sta per concludere e si cerca di mettere nella letterina per Babbo Natale tutto cio’ che si vorrebbe per l’anno successivo. Percio’ in generale potremmo dire che quest’anno e’ stato caratterizzato per un certo verso da una presa di coscienza: la scienza e la politica, nonostante siano separate da un abisso, hanno lanciato chiari messaggi, cosi’ non si puo’ andare avanti. E tutto il mondo e’ stato contagiato dallo slogan-mantra che ha visto, per fortuna, gli Stati Uniti ricominciare ad avere speranza in un futuro per tutti: “Si’, ce la possiamo fare”. Ma gli ultimi mesi dell’anno hanno riservato anche un’amara sorpresa…

Ma procediamo con ordine. A gennaio gli scaffali dei supermercati di Caracas erano vuoti, e il riso scarseggiava a Manila e Katmandu. In 12 paesi sub-sahariani l’aumento del prezzo degli alimentari stava causando instabilita’ politica. Uno dopo l’altro i governi si affrettavano a proteggere le scorte alimentari e cercare di tenere sotto controllo i prezzi di pane e latte. Secondo gli analisti, il problema era un mix di condizioni climatiche estreme, che avevano decimato i raccolti nei principali paesi produttori di cereali, come l’Australia. Ma l’indice e’ stato puntato anche nei confronti delle migliaia di ettari di cereali, destinati, negli Stati Uniti e altrove, alla produzione di biocarburanti per autotrazione anziche’ per sfamare essere umani. E’ stato un fenomeno lento e lontano dagli obiettivi delle telecamere, alle periferie delle citta’ di frontiera della profonda poverta’. Ne abbiamo avuto la prova la settimana scorsa, quando la FAO ha affermato che il 2008 ha visto il maggior aumento di malnutrizione negli ultimi decenni. Secondo dati non ancora ufficiali, 960 milioni di persone — una persona su 6 nel mondo — sono costretti ad alzarsi da tavola non ancora sazi, e fra questi, 40 milioni a causa dell’aumento del prezzo dei generi alimentari.

Quest’anno passera’ alla storia come l’anno della crisi alimentare, dei cambiamenti climatici e della recessione. Pero’ forse per la prima volta sta cominciando a balenare nella mente dei nostri leader politici l’idea che una crescita basata sull’utilizzo di combustibili fossili, in cui i cereali alimentano le automobili e non le persone, non puo’ che portare solo a disastri ecologici e sociali. Una marea di documenti e relazioni ha dimostrato scientificamente cio’ che si sapeva da tempo: che i ghiacci artici si stanno sciogliendo ad una velocita’ sempre piu’ alta; che la tundra rilascia nell’atmosfera quantita’ sempre maggiori di metano, anche nei mesi invernali; che l’estrazione di petrolio sta per raggiungere un picco tra qualche anno (dopodiche’ costera’ sempre di piu’ estrarre quantita’ sempre minori di “oro nero”); che le temperature registrate negli ultimi dieci anni sono state le piu’ alte di sempre dal 1850, mentre scienziati ed ambientalisti che solo l’anno scorso pensavano che la temperatura media mondiale puo’ essere tenuta sotto controllo, hanno dovuto ricredersi di fronte all’evidenza.

Soprattutto, mai come nel 2008 e’ stato chiaro che a pagare le maggiori conseguenze dei mutamenti climatici causati dalle attivita’ produttive dei paesi sviluppati sono soprattutto i poveri del mondo. Nel nord-est del Brasile, regione storicamente soggetta a siccita’, le temperature medie sono cresciute di solo 1°C negli ultimi 30 anni. Eppure oggi piu’ di un milione e mezzo di persone non ha acqua a sufficienza, ed e’ costretto ogni anno ad abbandonare le fattorie per andare a lavorare nei “campi di biocarburante” nel sud del paese. Il classico caso del cane che si morde la coda. Ma il caso piu’ emblematico e’ stato quello di Mohamed Nasheed, il nuovo presidente delle Maldive, che ha dichiarato di essere gia’ alla ricerca di una nuova patria, forse in India, cosi’ da non essere colto alla sprovvista quando l’innalzamento dei mari sommergera’ il suo paese.

La domanda piu’ grande del 2008, ancora in attesa di risposta, e’ come spiegare il collegamento tra fenomeni inflattivi e crisi ecologica. Prendiamo uno studio del 1972: ad un gruppo di economisti ed ambientalisti fu chiesto di prevedere le conseguenze di esplosione demografica, industrializzazione intensa dei paesi in via di sviluppo e aumento del tasso di inquinamento. Pubblicarono un libro che ebbe un certo successo, “I limiti della crescita”, in cui si prefigurava entro la meta’ del 21esimo secolo uno scenario dominato da fame, carenza di petrolio e collasso economico ed ecologico, se non ci si fosse seduti intorno ad un tavolo per ripensare insieme la crescita economica. Correva l’anno 1972.

Quest’anno ci sono stati dei segnali nella direzione di uno sviluppo sostenibile: l’Europa s’e’ impegnata a produrre il 20% di energia da fonti rinnovabili entro il 2020, e ha proposto di mettere al bando le lampadine ad incandescenza. La Gran Bretagna e’ stato il primo paese ad imporsi per legge un obiettivo di riduzione di emissioni di CO2 (l’80% entro il 2050). Piu’ di 70 paesi hanno incluso l’utilizzo di fonti rinnovabili nelle loro politiche energetiche. Il mese scorso, l’IEA ha previsto che le fonti rinnovabili supereranno il gas naturale come seconda fonte energetica mondiale nell’arco di due anni.  Bush era ancora intento ad avvelenare gli ultimi pozzi prima di togliere il disturbo, quando il presidente eletto Barack Obama ha nominato il fisico premio Nobel Steve Chu prossimo responsabile energetico del governo. Chu e’ visto come l’esatto contrario di tutto cio’ che Bush ha sempre rappresentato.

Ma in questo bilancio non si e’ tenuto conto di un fattore molto importante: la recessione. Il “credit crunch” ha scatenato un effetto domino che ha colpito pesantemente le economie mondiali. Come una colata lavica, ha immobilizzato buona parte del flusso mondiale di capitali. Dalla mattina alla sera si e’ tradotto in realta’ cio’ che alcuni economisti gia’ ci stavano dicendo da tempo: un piccolo numero di giocatori d’azzardo ha bluffato, e la finanza da tempo non muove piu’ soldi reali, ma carte. Andando avanti cosi’… Ma non abbiamo dato retta al grillo parlante e una dopo l’altra le borse sono crollate. Non essendoci piu’ liquidita’, da una parte s’e’ inceppato il meccanismo di domanda ed offerta, dall’altro le aziende non hanno potuto attingere a capitali per finanziare le proprie attivita’. Anche in questo caso si e’ scatenata una reazione a catena: crisi economica; a seguire il prezzo del barile di petrolio e’ sceso sotto i 40$; come diretta conseguenza, l’inevitabile: come in passato, la crisi economica e il conseguente crollo del prezzo del greggio ammazzano i tentativi di liberarsi dalla schiavitu’ del petrolio. E’ un meccanismo naturale e comprensibile. Se la classifica langue, nessun allenatore corre il rischio di lanciare un nuovo giocatore in squadra: ci si affida al capitano, e a quei senatori che, nonostante gli acciacchi e spesso in barba al fair play possono farti conquistare la salvezza. E’ stato questo l’atteggiameto mentale dei leader politici che hanno dapprima accolto Poznan con entusiasmo, per poi fare marcia indietro una volta guardata la classifica, rimandando tutto al prossimo anno. Ma se e’ vero che la crisi economica non passera’ prima del 2010, l’anno prossimo sara’ ancora un anno di vacche magre. E in pochi punteranno sulla sostenibilita’.

Nei libri di storia il 2008 sara’ ricordato come l’anno del “credit crunch”, dell’ascesa vertiginosa e del conseguente crollo in caduta libera del prezzo del greggio, dell’ammissione da parte dell’IEA che il petrolio sta per finire e del sostegno del governo americano ai produttori di automobili a benzina. Non e’ facile quindi fare un bilancio, dire con certezza se sia stato un anno catastrofico, o se ci sono in nuce i semi di una rinascita sotto il segno della sostenibilita’. Una cosa e’ certa: e’ necessario un cambiamento radicale se vogliamo garantirci un futuro per tutti. Altrimenti Babbo Natale ci portera’ solo carbone.

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