Inserito da: futuroxtutti | Dicembre 10, 2008

Dall’ora d’aria all’ora di sole

La statunitense Spire, azienda che opera nel campo dell’energia solare, ha annunciato lunedi un piano di investimenti per 55 milioni di dollari (circa 42 milioni e mezzo di euro) per fornire pannelli solari all’impianto di produzione installato nella prigione federale di Otisville, nello stato di New York. L’accordo e’ stato stipulato tra la Spire e l’Unicor, meglio nota come Federal Prison Industries Inc., una societa’ governativa fondata nel 1934 per dare lavoro alla popolazione carceraria. Il progetto prevede che i detenuti della prigione federale lavorino presso l’impianto della Spire che produce pannelli solari. I pannelli saranno poi rivenduti ad altri edifici governativi. Non e’ la prima volta che un’azienda privata mette su un simile progetto per dare lavoro ai detenuti. La Dell tempo fa strinse un accordo commerciale con la Unicor per riciclare componentistica informatica, ma abbandono’ il progetto a causa della pubblicita’ negativa e delle rimostranze di attivisti dei diritti dei lavoratori e di ambientalisti. Lo stesso potrebbe verificarsi in questo caso, e a lamentarsi potrebbe essere il “vicino di casa”: i detenuti acquisiscono conoscenze e competenze che possono sfruttare una volta scontata la pena, per trovare un lavoro in una ditta di installazione o riparazione di pannelli solari, con il “rischio” che un ex detenuto entri direttamente in casa.

E l’Italia? Secondo l’articolo 1 della Legge Gozzini, meglio nota come Ordinamento Penitenziario, si stabilisce che “nei confronti dei condannati e degli internati deve essere attuato un trattamento rieducativo che tenda, anche attraverso i contatti con l’ambiente esterno, al reinserimento sociale degli stessi“. In altre parole la funzione della detenzione carceraria e’ quella di rieducare il condannato affinche’ possa essere reinserito nella societa’. Come fare? L’articolo 15 della stessa legge stabilisce che “il trattamento del condannato e dell’internato e’ svolto avvalendosi principalmente dell’istruzione, del lavoro, della religione, delle attività culturali, ricreative e sportive e agevolando opportuni contatti con il mondo esterno ed i rapporti con la famiglia” ed afferma inoltre che “ai fini del trattamento rieducativo [...] al condannato e all’internato e’ assicurato il lavoro“.

Noi pero’ non abbiamo un ente o un istituto che si occupi di gestire l’occupazione della popolazione carceraria. Secondo il decreto ministeriale 22/01/2002 la Direzione Generale dei Detenuti e del Trattamento e’ articolata in 4 uffici, di cui uno, l’Ufficio IV (Osservazione e trattamento intramurale) e’ competente in materia di lavoro. La maggior parte dei detenuti lavora alla gestione della casa circondariale in cui risiede (pulizia degli ambienti e di cucina, manodopera nelle ristrutturazioni interne). Di fatto i “lavoratori” veri, ovvero i detenuti non dipendenti dell’ammnistrazione penitenziaria, sono appena 2500. Quindi solo il 4,56% dei detenuti italiani (sul totale di 54.730 in base ai dati del Ministero della Giustizia, aggiornati al 21/07/2008) ha un lavoro “vero”, parificato a quello che si svolge all’esterno, propedeutico rispetto al reinserimento nella società dopo l’espiazione della pena.

In Italia quando si parla di detenzione, lo si fa solo per denunciare il sovraffollamento degli istituti e le condizioni disumane dei detenuti. Si rendono necessarie misure straordinarie per alleviare tali condizioni, e si rimettono in liberta’ detenuti non del tutto rieducati alla convivenza civile. Di qui il problema di quei condannati che riprendono a delinquere una volta scarcerati, in un circolo vizioso che ripropone il problema e non lo risolve mai. Pensare in modo sostenibile significa anche potenziare gli strumenti a disposizione dello stato affinche’ al detenuto sia data realmente la possibilita’ di reinserirsi nella societa’ una volta scontata la pena. Non si tratta di varare nuove leggi, bensi’ di applicare quelle esistenti, collaborando con il mondo delle imprese, per fornire formazione e possibilita’ lavorative a persone, esseri umani che per troppo tempo sono stati considerati un problema, e che invece costituiscono una risorsa. Purtroppo sprecata.



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